Tre rappresentanti di lubrificanti industriali si ritrovano nella suite di un albergo, prenotata dalla loro azienda per tenere un party dove accogliere i possibili clienti in occasione della convention più importante del settore. Larry e Phil, anziani e navigati venditori, legati da lunga amicizia, fanno da chiocce al giovane Bob, rigido e fervente cristiano. Gli affari non vanno benissimo e l'unica possibilità per risalire la china sarebbe quella di acciuffare il pesce più grosso: il Grande Capo, il tycoon più ambito del ramo, l'uomo della Provvidenza, le cui commesse da sole sposterebbero gli equilibri del mercato. Il Grande Capo è stato invitato al buffet da Phil, ma nessuno dei tre lo ha mai visto e incontrato di persona. Solo a festa finita, i tre personaggi realizzeranno che il Grande Capo è stato lì ma in incognito e che l'unico a riuscire a parlarci, senza riconoscerlo, sarà stato proprio il bigotto e inesperto Bob, senza fare alcun cenno, però, alla possibile vendita dei lubrificanti industriali.
In un momento in cui sempre più spesso si cita Dio a sproposito, per affermare dogmi che rispondono a ben altri interessi e giochi di potere, ci sembrava utile gioco, esercizio efficace, misurarci con un testo come quello di Roger Rueff, dove si riesce a riflettere sul divino e sull'immanente, se non su Dio, raccontando la lunga, ripetitiva e prosaica giornata di tre venditori del più banale dei materiali in commercio. “Dio è dappertutto”, direbbe un credente. Noi non lo siamo, ma crediamo, con Phil, che schierarsi dalla parte di Dio non renda alla fine un uomo migliore. Hospitality Suite è un testo sull'amicizia e sulla lealtà, sull'onestà e sulla fedeltà; un testo che, rifiutando la disputa tra religioni, mostra come la ricerca di Dio non consista affatto nel citare i Vangeli usandoli come dogmi, ma nel porsi alla pari di fronte ad altri uomini, disposti ad ascoltare senza filtri, senza pregiudizi. Proprio come accade, a volte, di rado, quando per caso si è toccati dalla Grazia, anche nel più profano dei posti sacri ancora rimastici: il Teatro.
Inseguendo quella Grazia, della finzione che diventa espediente di verità, ci siamo appassionati alla storia e ai dilemmi, profondamente morali, di semplici venditori, persone che per mestiere recitano senza essere attori, pronti, ogni giorno, a stringere centinaia di mani e a sorridere a chiunque possa comprare la loro merce. E che pure, nonostante tutto, non perdono l'anima. Cercando, come pure cerchiamo, di trovare una strada altra, diversa dalla recitazione, dall'arte attoriale, non poteva non appassionarci questa pièce che umilmente ci ricorda che la “virtù”, di un uomo come di un attore, non sta nella “faccia seria” dei chierici o negli snobismi avanguardistici, alla fine soltanto dichiarati, ma nella fatica quotidiana di guardare nello specchio di chi ci sta di fronte cosa siamo e cosa possiamo e dobbiamo diventare.
Orlando Cinque |