Ci sono giornate nella mia vita che difficilmente dimenticherò. Ma c'è ne una che sicuramente mai dimenticherò. Mio padre , i miei zii, mia madre, le mie zie, i miei cugini, le mie cugine, i miei migliori amici dell'adolescenza, tutti coloro che mi circondavano fin da bambino, tutti erano (e sono) tifosi del Napoli. A differenza delle grandi squadre di Milano, Torino, Roma , la simbiosi tra la Squadra e la città è totale perché si esprime nell'unicità della rappresentanza e nell'unicità della sofferenza trascorsa.
Il Napoli nasce nel 1926 e, per oltre 60-anni-60, magari giocava bene, magari vinceva partite importanti, magari era capace di lottare fino in fondo per raggiungere la vetta, ma c'era sempre un'asperità improvvisa, una sfortunato colpo di vento, un fosso imprevedibile che disarcionava l'amatissimo ciuccio dal compiere l'ultimo passo verso la sommità e godere finalmente il panorama. E più spesso che mai quell'asperità, quel refolo di vento, quel fosso, avevano due colori: il bianco ed il nero. La maglia della Juventus. Anzi no. 'A maglia d' 'a Juve.
Nel 1967, nel 1974, nel 1981, nel millenovecento sempre il sogno di arrivare alla vetta più ambita e desiata, LO SCUDETTO, si era dissolto davanti a quel muro bianco e nero. Durante la mia adolescenza nulla mi ha procurato più dolore (vero, fisico, viscerale) della Juventus, neanche gli sguardi negati delle ragazzine che sognavo.
Tutti questi “miei” sentimenti sono magicamente condivisi da Maurizio De Giovanni, autore di questo racconto-verità che narra di quella giornata di novembre del 1986 quando tutta la città, ancora una volta, accompagnò la squadra fino a Torino per sfidare il mito a casa sua.
Avremmo perduto certo, ma avremmo combattuto. Avremmo pareggiato certo, e sarebbe stato meraviglioso. La verità era che nessuno di noi aveva capito fino in fondo che stavolta con noi non c'era Masaniello, c'era un uomo, un uomo vero, grande, forte, un uomo che il popolo non avrebbe mai tradito, c'era Lui, c'era……. |