Due cose mi hanno
spinto a lavorare alle “Nozze di Antigone”: la bellezza
del testo e la voglia irrefrenabile di Veronica di volerlo
recitare. Ho in genere l'abitudine di scegliere io il
testo su cui lavorare e successivamente coinvolgere degli
attori su un progetto, in questo caso invece sono stato
io il coinvolto. Ma penso che sia giusto così trattandosi
di un monologo, cioè di un rapporto fortemente
individuale tra delle parole ed un attore, o una attrice;
penso spesso che quello che avviene davanti a me mentre
Veronica prova sia un processo intimo al quale sono stato
gentilmente invitato a partecipare, ma come osservatore
e consigliere. Insomma sento che non sono io la materia
attraverso la quale nascerà qualcosa, ma lei,
unicamente lei: attraverso il suo respiro, il suo modo
di muoversi, come guarda il mondo, l'emozioni che la
abitano, le paure che la spaventano.
L'incontro tra Veronica
e le parole di Ascanio, parole ingannevolmente semplici,
parole musicali, parole concrete ed evocative, questo
incontro è per me già Antigone. Poi ci
siamo immaginati un luogo, un pezzo di casa, il ricordo
di una casa, con poche cose e “scompagniate”.
Ci siamo immaginati una musica da una chiesa di campagna,
come un canto di confraternita per le stazioni di una
processione immaginaria. Delle luci che svelano e nascondono,
che illuminano qualcuna che è lì a prescindere
da noi. Ci siamo immaginati tante orecchie e tanti occhi
che guardano, e ascoltano, le cose come noi ce le siamo
immaginate, e che magari se ne immagineranno ancora delle
altre. |
| “Una ballata popolare che riporta, con un omaggio a Elsa Morante, il vagare del suo Edipo contadino in epoca fascista: un proletario, una vittima, un perdente, assassino per difesa di un gerarca, divenuto per caso marito della donna di costui, evocato cinquant'anni dopo dalla figlia che lo assisteva malato, con romanesca aderenza alle cose, in un sogno a occhi aperti in cui sarà lei a volerlo incestuosamente impalmare per assumere forse l'eredità storica”. |