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25 | 30 marzo 08
M.D.A. Produzioni danza
AMBO
scritto e diretto da
Franco Autiero
con
Lello Giulivo ed Ernesto Lama
 

È una storia che viene da lontano. Due fratelli gemelli, predestinati ad un amore particolare, si accusano, con angosce e sensi di colpa reciproci, di inadempienze nei ruoli assunti e loro assegnati dal fato, coinvolgendo, nella loro millenaria ma precipitosa caduta, il microcosmo della famiglia. È una storia simile a quella dei Dioscuri: Polluce e Castore, gemelli nati da Leda che, secondo il mito, si ritrovano ad essere figli l'uno di Zeus e l'altro di un mortale. Il primo personaggio che si chiama Cràje si alterna nella recitazione con un secondo attore che, nell'azione scenica, assume il nome Pscràje; queste parole usate nel testo come nomi propri hanno la loro radice nel latino e, nella parlata napoletana, significano letteralmente “domani” e “dopodomani”.

I protagonisti, nella loro alternanza cadenzata, interpretano nell'azione scenica sfaccettature e angolazioni ritmiche di una sola mente pensante che matura ed evolve giudizi e valori nella lunga esperienza della storia. Di Castore mortale nello spettacolo si descrivono gesta e si riportano pensieri ma egli non può far parte della rappresentazione perché, come prescrive l'arcaico mito dei Dioscuri, alterna con il fratello divino, a causa di un particolare intervento della divinità, i giorni nel tempo. I due attori vestiti con poveri abiti orientano lo sguardo in diversi angoli dello spazio scenico come animali che si sentono braccati e come se rivolgessero le loro parole a persone realmente identificabili ai confini di quel territorio di cui sono pervenuti in possesso e di cui tengono saldamente il controllo. La scena è nera e buia: solo i due attori con scuri occhiali da sole sono in luce, a terra qualche foglia secca, a proscenio una povera panchina a doghe di legno, accanto una bottiglia di liquore nascosta da un sacchetto di carta e due zainetti colorati come quelli che usano gli scolari. E' inverno... un inverno che non vuole finire.

I protagonisti, sembrano, ma non lo sono, due poveri degli anni ottanta. Pochi i segnali di contemporaneità. Gli attori, essendo angolazioni della stessa mente pensante, presentano al pubblico identicità di comportamenti e spesso nel dialogo sono l'uno la continuazione dell'altro ma, proprio perché uniformi nella rappresentazione del trascorrere ritmico del tempo, evidenziano maggiormente piccole irregolarità e incomprensioni che mascherano il mal sopito desiderio di uscire dalla monotonia del ritmo ripetitivo dei giorni.

 
Franco Auterio
 
 
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